E’ prevista per il prossimo venerdì ad Ankara, in Turchia, la riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle Banche centrali del G20. Quello che doveva essere un incontro preparatorio in vista del summit di Antalya di metà novembre, sarà l’opportunità per un primo, significativo scambio di vedute sulla situazione economica mondiale in seguito all’instabilità registrata dalle Borse cinesi propagatasi al resto del mondo.

Al di là della caduta dei listini in Cina, con le turbolenze che ancora ieri hanno fatto chiudere in rosso le Borse europee, la vera preoccupazione è in che misura l’instabilità finanziaria si trasmetterà all’economia reale che già da tempo aveva dato segnali di rallentamento. L’ultima previsione del Fondo monetario internazionale per l’anno in corso, formulata nel Rapporto annuale di sorveglianza pubblicato giorni fa, dava il pil di Pechino in crescita quasi del 7 per cento, un valore inferiore a quello registrato negli anni precedenti ma ancora capace di confermarne il ruolo di traino dell’economia mondiale che così efficacemente la Cina ha svolto dalla crisi finanziaria internazionale del 2007. Il governo australiano, che durante la sua presidenza del G20 lo scorso anno aveva ottenuto l’impegno dei paesi membri a conseguire un 2 per cento di crescita extra entro il 2018, teme che l’attuale quadro dell’economia mondiale metta significativamente a rischio l’obiettivo del summit di Brisbane del novembre scorso, che l’amministrazione di Canberra aveva trasmesso al governo di Ankara in eredità.

Proprio l’esigenza di mantenere inalterato l’obiettivo di crescita del 2018, come da impegno finale fortemente voluto dal governo australiano di Tony Abbott, sarà il messaggio che emergerà da questo incontro ministeriale, soprattutto nel foro congiunto con i ministri del Lavoro che si riunirà nel corso della prima giornata dei lavori.

Nella riunione ministeriale proseguiranno, poi, le consultazioni per concordare la successione alla presidenza cinese del G20 che, cominciando all’indomani del summit di Antalya, si concluderà con quello di Hangzhou nel novembre del 2016. Il paese di presidenza è scelto tipicamente a rotazione fra cinque raggruppamenti di paesi che, in parte, riflettono una dimensione regionale. L’Italia, per esempio, è raggruppata insieme a Francia, Germania, e Regno Unito.

La Francia ha già presieduto il G20 nel 2011 e il Regno Unito nel 2009. La Germania, invece, coordinò il G20 nel lontano 2004 quando questo forum esisteva solo a livello di ministri delle Finanze e governatori di Banche centrali; prima, cioè, dell’elevazione a forum per leader politici formalizzata a Londra nell’aprile del 2009. Pertanto, nel raggruppamento europeo, sia l’Italia sia la Germania avrebbero titolo ad avanzare una propria candidatura, anche se l’Italia ne ha, evidentemente, di più, non avendo mai ricoperto alcun ruolo dalla fondazione del G20 nel 1999.

La presidenza del G20 offre i riflettori del mondo sulla visione che un paese ha delle politiche economiche necessarie per alimentare una crescita forte e sostenibile dell’economia mondiale. Se l’Italia avanzasse una sua candidatura, avrebbe l’opportunità preziosa di inserire il tema della crescita in capo all’agenda economica mondiale in linea con quanto già è stato fatto nel corso della presidenza di turno dell’Unione europea. Per contro, se la Germania presentasse la sua candidatura, potrebbe fare leva su una piattaforma globale, non più solo europea, per proporre la sua visione economica che in Europa ha creato non pochi problemi.

Se l’Italia dovesse rinunciare a formalizzare la sua candidatura, l’importante è che la leadership politica e la nostra classe intellettuale abbiano poi la coerenza, tra qualche mese, di non iniziare a criticare – a giochi già fatti – la Germania e il programma di lavoro della sua presidenza.

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