Così il Congresso potrà stravolgere l’assetto della Banca centrale più influente al mondo aumentando il controllo politico.

In questi giorni il Congresso americano sta vagliando alcune nuove proposte legislative che, se anche adottate solo in parte, rischierebbero di stravolgere l’assetto istituzionale e operativo della Banca centrale americana che, nella sua capacità di emittente della principale valuta di riserva mondiale, rappresenta il prestatore di ultima istanza del sistema finanziario globale. Le proposte legislative al vaglio del Campidoglio sono varie e, schematicamente, possono essere riassunte come segue: rafforzamento dell’accountability sulle decisioni della Federal reserve attribuendo al Government accountability office (Gao) il mandato di valutarle ex post; introduzione di regole nella formulazione delle decisioni di politica monetaria; restrizioni alla capacità della Fed di intervenire come prestatore di ultima istanza nei confronti di entità non bancarie in aggiunta a quelle già previste dalla legge Dodd-Frank; attribuzione del potere di nomina del presidente della Fed di New York in capo alla Casa Bianca con successiva conferma del Senato; istituzione di una commissione congressuale per formulare (ulteriori) proposte di riforma.

Come la Bce nella crisi dell’Eurozona, la Fed ha svolto un ruolo critico all’apice della crisi finanziaria globale il cui epicentro è stato proprio negli Stati Uniti: ha aperto linee di credito a istituzioni finanziarie non bancarie per la prima volta dagli anni Trenta, senza alcuna esitazione ha azzerato i tassi nel mercato monetario ed è intervenuta direttamente nel mercato finanziario per agevolare l’afflusso di credito all’economia. Nella sfera internazionale, ha rifinanziato, per esempio, il sistema finanziario coreano all’apice della crisi, ha fornito un argine precauzionale a quello singaporiano ed è intervenuta per ripristinare il rifinanziamento in dollari delle banche europee. Con le Banche centrali di Canada, Eurozona, Giappone, Inghilterra, e Svizzera ha consolidato una rete di swap in valuta potenzialmente illimitata volta a erigere un argine permanente per stabilizzare, in via preventiva, i mercati internazionali. Paradossalmente, proprio la centralità mostrata durante la crisi finanziaria e nelle fasi successive ha avuto l’effetto di innalzarne il profilo politico e di reintrodurre, nella politica americana, il perenne dibattito sul suo ruolo. Nel contesto istituzionale americano è perfettamente appropriato per il Congresso monitorare l’assetto istituzionale e l’efficacia operativa della Banca centrale. Il primo articolo della Costituzione gli riconosce il potere di “stampare moneta… [e] regolarne il valore”: pertanto, il mandato della Banca centrale deriva da quello congressuale a differenza, per esempio, della Bce istituita da un trattato. Nella storia federale americana, la natura e il ruolo della Banca centrale hanno da sempre costituito un tema istituzionale assai delicato che va al di là della tradizionale dicotomia tra liberali e conservatori.

Nei primi giorni della Repubblica, il dibattito tra Thomas Jefferson e Alexander Hamilton andava oltre le questioni di merito, riflettendo il timore del primo che gli interessi di grandi banche e dei ceti imprenditoriali urbani prevalessero sulle realtà economiche locali.  Ci vollero numerose crisi finanziarie affinché nel 1913 l’America partorisse il disegno dell’attuale Fed con il suo compromesso tra rappresentanza delle istanze regionali e federali. Tra i dodici membri del Federal open market committee (Fomc), l’organo che decide sulla politica monetaria, siedono, alternandosi, quattro tra i dodici governatori delle banche regionali; quello della Fed di NY è membro permanente come lo sono i sette governatori di nomina presidenziale che riflettono, in linea di principio, un punto di vista più ampio delle rispettive realtà regionali. Il sistema Fed riflette anche un ulteriore compromesso, in termini della dimensione pubblico-privato: i presidenti delle Fed regionali sono eletti dai rappresentanti delle comunità locali, tipicamente esponenti del settore privato, gli altri sono nominati, appunto, dal capo dell’esecutivo federale, il presidente, e confermati dal Senato degli Stati Uniti.

L’iniziativa congressuale promossa politicamente da esponenti del Partito repubblicano ha galvanizzato gli elementi populisti tra i democratici guidati dalla senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren che è riuscita a politicizzare il più ampio dibattito sulla riforma della regolamentazione finanziaria con straordinaria efficacia. E’ stata fra i primi a proporre la creazione di un’agenzia a tutela dei consumatori finanziari, che giorni fa ha celebrato il suo quarto anniversario, con 650.000 casi gestiti e 10 miliardi restituiti a consumatori frodati dal settore finanziario. Pochi mesi fa ha bloccato, tra la costernazione dell’Amministrazione, la nomina di Antonio Weiss, banchiere di Wall Street, a sottosegretario al Tesoro con responsabilità sulla regolamentazione finanziaria, affermando che la sua provenienza lo poneva in una situazione di conflitto di interessi. Nei prossimi mesi, darà probabilmente battaglia su un’altra nomina che da Pennsylvania Avenue hanno appena annunciato per il Fomc e per la quale occorre la conferma del Senato. Si tratta di Kathryn Dominguez, una economista della progressista Università del Michigan con un curriculum accademico di tutto rispetto ma senza alcuna esperienza in fatto di regolamentazione e vigilanza finanziaria, insomma l’esatto contrario di quanto auspicato in pubblico dalla Warren per la medesima posizione. E’ proprio sul terreno della regolamentazione che la lucida agenda di Warren converge, a tratti, con quella di alcune frange del Partito repubblicano. Pochi giorni fa, la Fed ha deciso che le banche di maggiori dimensioni dovranno dotarsi di maggior capitale rispetto alla soglia del 7 per cento normalmente richiesta. Il gigante JPMorgan Chase dovrà aggiungere un ulteriore 4,5 per cento, le altre sette il 3,5.

Non sono in pochi a chiedersi, sia tra i repubblicani sia tra i democratici, se l’impostazione che riflette la recente decisione di vigilanza di fatto non formalizzi uno zoccolo duro di grandi banche che il regolatore ora esplicitamente riconosce essere troppo grandi per esser soggette al rigore della disciplina del mercato, inclusa la loro eventuale liquidazione se dettata dallo stesso mercato. La prospettiva equivale alla possibilità di un prelievo forzoso sul contribuente di natura potenzialmente illimitata, proprio quando nella società americana si vanno polarizzando le differenze strutturali tra i percettori di reddito da lavoro, stagnante nelle ultime decadi, e i detentori di attività finanziarie. Tra i repubblicani, invece, vi è un diverso disagio: il riconoscimento di grandi banche di interesse nazionale ha l’effetto di rafforzare il ruolo del regolatore che essi tradizionalmente vorrebbero, invece, ridimensionare. Qualsiasi eventuale legislazione ne dovesse scaturire, il presidente ha già indicato ai suoi consiglieri che intende porre il veto. Una lezione da tenere presente quando la Bce si troverà in una situazione analoga. 

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