Grillo, tasse, debito e deliri onirici della sinistra. Economisti e addetti ai lavori a confronto sul manifesto economico del presidente del Consiglio svelato dal Foglio

Il discorso del presidente del Consiglio, fra i vari temi, elabora su due aspetti rilevanti per la politica economica del Governo Renzi: la politica fiscale e le riforme strutturali.

Sul primo, Renzi delinea la strategia fiscale del governo volta a sostenere la crescita sospinta dalla riduzione della pressione fiscale in un quadro complessivo di stabilità macroeconomica. L’abbassamento di imposte e tasse crea le premesse per la sostenibilità del rapporto debito pubblico/pil operando soprattutto dal lato del denominatore. In tal senso, incorpora la lezione chiave di questi ultimi anni che hanno visto un impennata di quel rapporto in varie economie europee, tra cui l’Italia, perché le autorità hanno prevalentemente agito dal lato del numeratore tramite la riduzione contabile dei saldi di finanza pubblica.

L’elemento che rimane più sfumato è come rendere sostenibile la riduzione della pressione fiscale con una contestuale riorganizzazione della spesa pubblica visto che alcuni capitoli di spesa, come quelli relativi all’istruzione e alla Sanità, non possono essere compressi, anzi vanno aumentati, come il presidente del Consiglio riconosce. Ciò è ancor più vero se si procedesse all’ammodernamento infrastrutturale del paese, a cui il presidente del Consiglio pure accenna. L’incremento di efficienza e trasparenza della spesa, pur assolutamente necessario, difficilmente produrrà, da solo, le risorse necessare per finanziare nel tempo la riduzione della pressione fiscale.

Il presidente del Consiglio, poi, sottolinea l’importanza del Jobs act, rivendicandone comprensibilmente il merito su un terreno in cui nessun governo precedente è stato in grado di agire con successo, neanche sotto l’alibi dell’emergenza finanziaria. Accenna alla necessità di semplificare e dare maggiore certezza all’esecuzione degli appalti pubblici, anche se non inserisce questo punto nel contesto più ampio della riforma della giustizia. Eppure l’Italia è al 111° posto nella classifica della Banca mondiale per quanto riguarda l’esecuzione dei contratti e, apparentemente, Gambia, Tonga e Ucraina, solo per citarne alcuni, sono tra i 110 paesi del mondo che farebbero meglio di noi in quest’ambito.

Sull’innovazione, il presidente del Consiglio parla di nuove assunzioni di ricercatori e accademici nelle università, anche con innesti dall’estero così da integrare nella struttura universitaria del paese quel mondo della ricerca internazionale che, proprio all’estero, vede gli italiani sempre più protagonisti. La misura, naturalmente, ha un valore segnaletico importante soprattutto in un contesto di risorse fiscali limitate. Nel prossimo futuro, tuttavia, occorrerà metter mano allo stato complessivo della ricerca e sviluppo in Italia visto che l’innovazione rappresenta il motore della crescita e l’elemento fondante di un’economia moderna basata sulla conoscenza.

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