Il prossimo summit del G20, in programma a San Pietroburgo giovedì e venerdì, rischierebbe di passare inosservato se non fosse per l’emergenza della Siria che presumibilmente dominerà gli incontri bilaterali a margine delle riunioni ufficiali. A differenza del vertice di Cannes del 2011, dove la crisi greca divampò in tutta la sua drammaticità sconvolgendo l’agenda della presidenza francese, e di quello di Los Cabos lo scorso anno, in cui la presidenza messicana suggellò l’accordo per un aumento della potenza di fuoco del Fondo monetario internazionale (Fmi) per mezzo trilione di dollari per contenere gli effetti dell’eurocrisi sull’economia mondiale, il summit della presidenza russa avviene in una cornice in cui prevalgono istanze domestiche e l’urgenza della cooperazione internazionale viene, per il momento, accantonata.
In Europa, l’attenzione è sui delicati equilibri fra la sovranità nazionale, da un lato, e quella regionale, dall’altro, che emergeranno all’indomani delle elezioni tedesche alla fine del mese, nella speranza di pervenire a una soluzione stabile e sostenibile della crisi.
Negli Stati Uniti, l’attenzione dell’Amministrazione Obama è tutta centrata sulla nuova, imminente, battaglia congressuale alla vigilia dell’approvazione per il bilancio del prossimo esercizio finanziario, il cui esito rischia di marginalizzarne irreversibilmente il capitale politico a meno di un anno dalla rielezione.
Eppure il vertice di San Pietroburgo conclude il primo lustro del G20, elevato a livello di capi di stato e di governo per la prima volta nell’autunno del 2008, quando l’allora inquilino di Pennsylvania Avenue, George W. Bush, convocò, in tutta fretta, i leader delle economie  istemiche per fronteggiare gli effetti potenzialmente devastanti della crisi finanziaria internazionale.
Per fare il punto sullo stato di salute del G20 e della cooperazione internazionale, uno studio di imminente pubblicazione che ho curato per il think tank canadese Center for International Governance Innovation ne valuta l’efficacia lungo cinque dimensioni: le prime due, cooperazione macroeconomica e finanziaria, sono il cuore del mandato che il G20 si è autoattribuito; la terza, commercio internazionale, è tangenziale al gruppo intergovernativo, in quanto l’economia globale può prosperare solo in presenza di un regime di commercio aperto e non discriminatorio; la quarta, lo sviluppo delle economie povere, rappresenta un ambito che il G20 ha cominciato ad avocare a sé, sia pure con qualche esitazione, a partire dal 2010; infine, la quinta, la cooperazione sui cambiamenti climatici, rappresenta un ambito che il gruppo potrebbe considerare di includere nella sua agenda.
Nel complesso, gli esperti interpellati, con un passato nell’alta direzione di amministrazioni nazionali e internazionali, o in istituzioni accademiche, hanno concordato che vi è stata una regressione complessiva rispetto agli obiettivi, e certamente alle aspettative, che la comunità internazionale si è data negli anni recenti, all’indomani della crisi del 2008. La regressione è stata maggiore nel campo: della cooperazione per il cambiamento climatico, rispetto alla quale si sottolinea la quasi completa inefficacia del processo e del metodo seguiti sinora nell’ambito
Onu; del commercio internazionale, i cui negoziati multilaterali in sede di Organizzazione mondiale del commercio si sono definitivamente arenati; e, infine, nella cooperazione allo sviluppo, rispetto a cui gli obiettivi che la comunità internazionale si era data per il 2015 non saranno raggiunti nel loro complesso. Nella aree chiave per il mandato del G20, cooperazione in ambito macroeconomico, e sulla regolamentazione finanziaria, gli esperti, anche in questo caso, concordano su una valutazione pessimistic anche se un po’ meno grave.
Le tesi degli esperti internazionali consultati sorprendono per due aspetti in particolare: il primo è la sostanziale uniformità di valutazioni, a prescindere dalla loro provenienza professionale, formazione accademica e origine geografica. La seconda è una distaccata, quasi cinica radiografia sulla natura dei meccanismi della governance internazionale stretti fra le logiche dell’economia globale e gli imperativi della politica nazionale.
Secondo James Boughton, ex storico ufficiale del Fmi di cui ha documentato ambizioni ed errori per oltre due decadi, “quando i leader e i ministri si incontrano nell’ambito del G20, concordano obiettivi reciprocamente accettabili e definiscono una strategia per raggiungerli. Quando ritornano nei rispettivi paesi, si trovano a fronteggiare, invece, interessi e obiettivi di natura domestica. Spesso questi ultimi hanno un orizzonte di breve periodo, mentre la cooperazione internazionale, per registrare progressi, richiede una tensione di lungo periodo”. Un invito a non sottovalutare questi incontri internazionali, anche in assenza di grandi decisioni, a patto che la “tensione” rimanga. Tuttavia, è proprio questo, forse, in dubbio al prossimo summit.
Domenico Lombardi
Direttore del Dipartimento di Economia
Globale, Centre for International
Governance Innovation, Canada

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